David Foster Wallace conosceva bene  il blocco da perfezionismo. In un’intervista del 1996 disse: “Se la tua fedeltà al perfezionismo è troppo alta, non farai mai nulla”, dato che “fare qualcosa è intrinsecamente tragico, perché significa sacrificare ciò che è meraviglioso e perfetto nella nostra testa per quello che è davvero”.

I nostri sogni, obiettivi possono essere messi in discussione da due atteggiamenti: 

  1. accontentarsi subito di un risultato mediocre;
  2. non accontentarsi mai.

Quest’ultimo atteggiamento è paradossalmente più grave perché può implicare la rinuncia a fare in quanto nulla sembrerà mai buono abbastanza. È il perfezionismo e può essere mitigato o superato da un altro atteggiamento: l’Eccellenza

Eccellenza possiamo definirla come l’attenzione, la cura per fare le cose nel miglior modo possibile. Indipendentemente da ciò che si fa, l’eccellenza ci fa mettere in gioco le nostre capacità e offre opportunità sotto forma di apprendimento, creatività e crescita personale.

Perfezionismo  è aspirazione a raggiungere – nel proprio lavoro o altra attività – una perfezione ideale difficilmente realizzabile. Questa, non è una sfumatura da poco; i perfezionisti non sono mai soddisfatti del risultato raggiunto. Il cammino della perfezione è lastricato di rimproveri, sofferenza ed ogni errore è vissuto come un fallimento.

Il perfezionista non distingue tra fare ed essere.  La conversazione che lo contraddistingue è: “io sono quello che faccio e ciò che sono oggi lo sarò domani.” Qual è il problema? Quando non abbiamo chiara la distinzione tra fare ed essere crediamo che la nostra identità  ed il riconoscimento degli altri si costruisca attraverso il “fare”.  Inoltre, con questo punto di vista, il focus è sull’evitare l’errore e, di conseguenza, rischiare il meno possibile. Nel malaugurato caso si verifichi uno sbaglio, il perfezionista lo vivrebbe con molta frustrazione. Questo comporta almeno tre conseguenze: 

  1. agiamo in funzione di ciò che desiderano gli altri perdendo di vista i nostri interessi, le nostre priorità ed emozioni;
  2. quando si verifica un errore – siccome io sono ciò che faccio – lo viviamo come un autentico fallimento e mi “fustigherò” a lungo;
  3. si assume l’immutabilità come legge di vita (è stato sempre così e sempre lo sarà).

Al contrario, le persone con atteggiamento votato all’eccellenza, vedono gli errori come possibile risultato dell’azione e finanche arrivano a vederli come opportunità per migliorarsi! Quali vantaggi? Con un approccio di questo tipo è più facile uscire dalla zona di comfort, esplorare nuove possibilità, assumere rischi e crearsi nuove opportunità per raggiungere obiettivi coerenti con le nostre aspirazioni. 

Quali limiti e vantaggi offrono i due approcci nell’ambito lavorativo? L’eccellenza incarna un tipo di leadership che si fonda sul migliorare l’apprendimento e la crescita delle persone. Ciò facilita una comunicazione più aperta ed autentica oltre ad un maggior coinvolgimento dello staff. La delega è più frequente e l’ambiente lavorativo più costruttivo. Al contrario, con la perfezione, è più difficile avere fiducia negli altri con la conseguenza che aumenta il bisogno di controllo altrimenti si teme che i risultati non siano raggiunti. Quanto più il perfezionista controlla meno lo staff si sente coinvolto. La comunicazione franca ed aperta sparisce, la delega è rara e l’ambiente lavorativo è più teso.

L’eccellenza è il risultato della persona consapevole della distinzione tra “quello che fai e sei” e “quello che sei e farai”. E’ un’attitudine che si accompagna al benessere, alla soddisfazione e all’allegria (che non guasta mai) che producono la possibilità di creare, apprendere, crescere.
E’ qualcosa che si costruisce non è innata. In questo ci conforta anche Aristotele secondo cui “l’eccellenza è un’arte che si conquista con l’esercizio e l’abitudine.”