Ritenere che lo stress sia causato da agenti esterni a noi è limitante oltre che fuorviante. Si rischia di rimanere impaludati in questo stato e di venirne fuori – forse – a fatica. Cosa fare? IN primo luogo, considerare la nostra responsabilità nella creazione dello stress, ed esser più consapevoli delle parole con cui ci approcciamo alla vita. Tra queste, pressione e sfida.
Un buon esempio di “pressione” e dipendenza dallo stress e l’espeirenza fatta con un mio coachee mesi fa Questi, grazie all’interessamento di amici, prese con poca convinzione un appuntamento per una sessione di prova. Dal colloquio era emerso che soffriva di alcuni sintomi (mal di testa, dolori addominali,…) ma che dagli esami fatti il medico non trovava nullo di anomalo. La cosa in parte lo rassicurava ma dall’altra lo gettava nello sconforto perché incapace di individuare l’origine di questi disturbi che stavano progressivamente mettendo a dura prova la sua vita. Non essendo compito di un coach trattare problematiche mediche, esplorammo altri campi che potevano essere all’origine del disturbo e della conseguente scarsa qualità della vita, professionale e privata. Come molti professionisti, il coachee considerava lo stress come “corredo obbligatorio” del perfetto consulente. Le molte ore trascorse a cercare e soddisfare i clienti era impegnativo e comportava alti e bassi. La resistenza del coachee a lasciar andare lo stress era tale da metter in secondo piano gli effetti deleteri che questo, nel tempo, avrebbe potuto avere sulla sua salute prima ancora che sulla propria performance.Con il tempo, il coachee si è convinse che lo stress non era un corredo indispensabile, che si poteva dire anche di no, divenne più aperto all’apprendimento facendo proprie alcune distinzioni linguistiche come “esigenza ed eccellenza” o “pressione e sfida” e comprovò che ci donano maggior consapevolezza (chi sono, cosa voglio veramente, dove voglio andare,…).
La credenza secondo cui essere “adrenalinici” è sinonimo di chi si impegna a lavoro è una narrazione che ancora fa proseliti ma non per questo smette di generare problemi. Il corpo umano non è programmato per sopportare a lungo lo stress. Questo è un meccanismo naturale, la risposta fisiologica in situazione in cui viene messa in discussione la nostra sopravvivenza. Quando lo stress è attivato crea uno squilibrio chimico che se non viene ripristinato compromette il benessere dell’individuo.
Che differente approccio alla vita implica l’uso di parole come pressione e sfida? Quando sento di avere una sfida da affrontare che
accetto come un compito che voglio svolgere al meglio, di solito non sono stressato, eppure sono all’altezza della situazione: sono lucido ed ho accesso alle mie capacità. La pressione, sebbene sia percepita dentro di noi, sembra qualcosa che ci schiaccia dall’esterno. Essere esigenti con noi stessi per rispondere alle aspettative altrui ha sostituito la nostra motivazione all’eccellenza. Con la pressione arriva la paura di fallire. Accettando la sfida arriva la concentrazione, la lucidità e la capacità di ricorrere al proprio meglio.Entrambi ci mettono in uno stato di attenzione ma una sfida accettata, sebbene non esente da “spigolosità”, non inficia come lo stress sul nostro benessere.
