Lettura per l’estate è un invito per stare bene in vacanza: rilassati ma desti. Il libro proposto, per pagine, linguaggio ed argomento è ottimo. “La felicità del Lupo” ha per protagonista Fausto Dalmasso, uno scrittore alla deriva separato dalla moglie Veronica che decide di lasciarsi alle spalle Milano per andare a Fontana Fredda, sul Monte Rosa, a cercare di rifarsi una vita.

Di fondamentale importanza saranno gli incontri con Silvia, Babette, proprietaria del ristorante dove il protagonista farà il cuoco, e il forestale in congedo e gattista Santorso, «come l’antico monaco irlandese […] eremita fra i montanari».

La montagna come crocevia

La montagna fa qui da crocevia di anime solitarie e ricercatrici. I personaggi di questo romanzo fuggono da qualcosa ma allo stesso tempo sono alla ricerca di un posto dove essere felici e realizzarsi: un luogo da chiamare casa. Questa ricerca, però, li riempirà a poco a poco di irrequietudine, perché non sempre l’idea di casa e di felicità si trovano nell’altrove, anzi, spesso il luogo in cui trovarle è dentro se stessi.

La montagna continua a essere metafora dell’anelito dell’uomo verso la felicità. A esclusione di Santorso, tutti i personaggi di questo romanzo vanno in montagna inseguendo «la ridicola utopia del vivi-nel-posto-che-ti-fa-felice». Se, ad esempio, la montagna per Fausto è il luogo dell’infanzia e dell’adolescenza a cui tornare per ripartire, per Babette e Silvia è una scoperta, un luogo a cui si arriva per caso, nel momento in cui si cerca un’idea di libertà e di evasione da una realtà che, almeno per Babette, ti faccia sentire «nata in ritardo».

A poco a poco che la storia prosegue, è proprio Babette che matura una visione diversa della montagna e una consapevolezza differente sulla sua idea di felicità:

Conosci quel detto zen che parla di montagne? Dice: «Prima di avvicinarmi allo zen, per me le montagne erano solo montagne e i fiumi erano solo fiumi. Quando ho cominciato a praticare, le montagne non erano più montagne e i fiumi non erano più fiumi. Ma quando ho raggiunto la chiarezza, le montagne sono tornate montagne e i fiumi sono tornati fiumi». Credo che tu e io questa storiella la possiamo capire bene, perché quel posto è pieno dei significati che gli abbiamo dato noi. I significati stanno lì tra i campi, i boschi e le casette di pietra. Quando per me la montagna significava libertà, vedevo libertà perfino nelle mucche al pascolo! Ma la montagna in sé non ha nessun significato, è solo un mucchio di sassi su cui scorre l’acqua e cresce l’erba. Ora per me è tornata a essere quello che è.

La montagna assume un significato diverso legato alla crescita personale di chi la vive. La si può inizialmente concepire come simbolo di libertà, ma ben presto può diventare solo un mero luogo fisico impregnato della nostalgia di ricordi che non possono tornare più.

Riflessione sulla felicità

L’autore ci offre un’interessante riflessione sulla felicità attraverso la distinzione tra quella degli alberi e dei lupi. È la felicità degli alberi quella che contraddistingue Fausto e Santorso, che cercano di essere felici con quello che hanno e nel posto in cui sono approdati. Questo tipo di felicità, però, è molto diversa da quella di Silvia e Babette, per le quali la montagna è solo una fase, una tappa del percorso, perché animate da una certa inquietudine, quella della felicità del lupo, che dà il titolo al romanzo:

Il lupo obbediva a un istinto meno comprensibile. […] Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale, e a un certo punto lasciava lì tutto quel ben di dio e se ne andava a cercare la felicità da un’altra parte. Sempre per nuovi boschi, sempre oltre il prossimo crinale, dietro all’odore di una femmina o all’ululato di un branco o a nulla di così evidente, portandosi via il canto di un mondo più giovane, come scriveva Jack London.

La felicità, perciò, non sta nella montagna: sta nel significato che noi diamo ai luoghi che viviamo, ma anche al percorso di vita che scegliamo di fare. Se per Fausto e Santorso essere felici significa trovare un posto in cui essere se stessi e in cui possono bastarsi, per Silvia e Babette significa continuare a cercare, viaggiare, e arricchirsi di esperienze che ti rendono liberi.

Paolo Cognetti, con le frasi talvolta brevi, conferisce al libro una lettura poetica e delicata, attenta al dettaglio. Con le loro ferite ed irrequietezze, i personaggi ci sembrano persone che conosciamo da sempre. Di primo acchitto, può apparire un’esaltazione dell’ambiente montano, caratterizzato da silenzio, immersione nella vegetazione, profumi e sapori. Ma anche freddo, neve e duro lavoro. Poi, ti accorgi che la montagna serve solo da fondale del palco su cui va in scena quell’opera che è la Vita. Un luogo in cui prendersi cura del proprio dolore per ripartire verso quella meta a cui tutti ambiscono: la felicità.