Una delle abitudini più radicate nell’essere umano è vedersi come vittima delle circostanze mai come responsabile. Abbiamo la tendenza a non considerarci parte del problema e a cercare la causa in “altri o altrove” ma non in noi. Cerchiamo il capro espiatorio per scaricare la nostra rabbia, frustrazione, e liberarci dalla tensione fonte di sospetto che, quanto accaduto, sia dipeso anche (o solo) da noi. In questo articolo spiegherò brevemente che beneficio (?) abbiamo da fare le vittime, quali opportunità offre questa distinzione linguistica e perché è bene essere responsabili.

Qual è il vantaggio di cercare nell’altro o altrove la colpa? Perché così facendo evitiamo il giudizio morale che si associa al concetto di colpevolezza; al dichiararci non colpevoli stiamo dicendo che siamo innocenti, che quanto fatto è stato con le migliori intenzioni. Il problema è che tutti tendiamo a fare così con il risultato che, alla fine, il colpevole è sempre un altro. Così facendo appariamo come la vittima di molte delle situazioni che viviamo e tutti convengono che la vittima è l’elemento debole, quello che merita l’attenzione e la simpatia degli altri, quello che suscita compassione e che dovrebbe esser tutelato.

Incontrare colpevoli è facile, fa parte delle capacità di cui siamo forniti per costruire spiegazioni che giustifichino il nostro comportamento. Le giustificazioni hanno molti vantaggi apparenti: riducono la tensione, trovano il colpevole altrove, esimono da responsabilità e ci fanno risparmiare il lavoro di farci una seria analisi di coscienza.

Nonostante ciò, le giustificazioni hanno anche degli inconvenienti che non sempre si colgono nell’immediato perché quando cerchiamo la colpa “nell’altro o altrove” l’azione a cui sovente si ricorre è la lamentela. La parola colpevole richiama il giudizio morale ben sintetizzato dalla dicotomia bene – male che ci rende difficile accettare il nostro coinvolgimento. La parola responsabilità, invece, ha un peso decisamente minore e farci delle domande partendo da una o dall’alta parola (colpevole o  responsabile) cambia molto.

Per capirci meglio, un esempio da una sessione di coaching: Bruna lavorava come avvocato già da 12 anni presso lo studio di Franco, un avvocato civilista molto appassionato del suo lavoro. Bruna apprezzava la gestione di Franco che le lasciava tempo per la famiglia ma restava poco convinta della sua professione: lavorava part-time, non amava andare in aula e di fatto svolgeva un compito di segretaria. Con il tempo, il rapporto tra i due si era deteriorato; Franco era percepito da Bruna sempre meno una persona di famiglia e sempre più come un capo distante, freddo, poco comunicativo.

Era convinta che ciò fosse dovuto all’ingresso di un nuovo membro nello staff, un giovane avvocato appassionato e volenteroso di mettersi alla prova che, nel giro di un semestre, era divenuto il collaboratore di fiducia di Franco. Lamentava sempre più spesso, con amici e colleghi, una distanza tra lei ed il suo capo e l’unica spiegazione che si dava era la presenza  del nuovo collega.

Nell’invitare Bruna a cercare un altra spiegazione al comportamento di Franco, la risposta iniziale fu che non ve ne era. Poi, riflettendo, pensò che Franco potesse avere le risposte e a lei sarebbe stato sufficiente avere un incontro. La posizione iniziale di Bruna era di vittima innocente ma, parlando con Franco, era emerso il suo contribuito al deterioramento della relazione avendo rifiutato con forza di crescere come avvocato, assumendo nuove responsabilità (ricordate, non amava andare in aula).

La conversazione fu utile per entrambi: Franco capì che le sue aspettative erano andate disattese ma non si era mai premurato di farle delle richieste chiare; invece Bruna fu consapevole che la sua “scarsa passione”avevano condizionato le sue prestazioni commettendo errori che avevano pregiudicato il lavoro dello studio. Bruna non solo fu consapevole delle sue responsabilità ma riflettette su qualcosa che aveva rimandato da tempo: cambiare professione, fonte di ansia e frustrazione.

Quali opportunità offre questa distinzione linguistica? Ci aiuta a vedere le cose da due punti di vista diversi: quella della VITTIMA e del RESPONSABILE. Nel caso del punto di vista della vittima, entrambi le parti si sentiranno innocenti e riterranno l’altro/a il colpevole. Se invece la vediamo dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità, allora entrambi potranno ammettere di aver contribuito al deterioramento della relazione (Franco aveva aspettative che non ha mai esplicitato, Bruna non voleva fare l’avvocato ma non si decideva a cambiare lavoro). E’ bene chiarire che quando parliamo di responsabilità non siamo interessati a “colpevolizzare” qualcuno. Quello che veramente ci interessa è se siamo in grado di guardare le cose da un altro punto di vista perché allora incontreremo nuove possibilità di azione che prima non vedevamo.

E questo ci introduce al perché è bene essere responsabili. Per agire è necessario essere responsabili. Responsabilità vuol dire abilità a rispondere. Se ciò che mi succede è causato da altri o altro, le mie possibilità di azione sono limitate o nulle. La trappola è che attribuendo la causa “al di fuori di noi” finiamo per ridurre o annullare qualunque possibilità di intervenire e risolvere il problema.Quando qualcuno si colloca nella posizione di vittima, si situa in un posto in cui non è responsabile, gli consente di giustificarsi con frasi del tipo: “non posso fare niente per cambiare”. La posizione di vittima è inefficace, non consente di intraprendere azioni che cambino in meglio la nostra vita. Questo modo di percepire la realtà toglie POTERE alla persona perché ne limita le possibilità di azione; al contrario, farsi carico del problema la aiuta a trovare soluzioni e a rendersene responsabile.